Moggi: “C’era un sistema per danneggiare la Juventus e favorire il Milan”

Luciano Moggi e non ci sta e replica a Giancarlo Abete. Alle’x dg della Juventus, non sono andate giù le ultime dichiarazioni del presidente federale che ha dichiarato pubblicamente la propria fede juventina, dicendo però di non poter fare nulla per le evidenti giustizie di Calciopoli. Moggi, poi, dalle colonne di ‘Libero’ rincara la dose affermando di avere le prove dell’esistenza di un progetto per favorire il Milan a discapito della Juventus. “La nostra Nazionale ha vinto, si è qualificata in anticipo per il Brasile. I ragazzi ce l’hanno messa tutta per raggiungere l’obbiettivo: bravi loro, bravo Prandelli. Ed hanno vinto proprio in quello stadio dove gioca la squadra che nel 2006 fu condannata alla retrocessione per omaggiare un «sentimento popolare» creato a bella posta per avere almeno un motivo di condanna – dice chiaramente Luciano Moggi -. Lo disse pubblicamente il professor Mario Serio alla conclusione del processo: faceva parte del tribunale giudicante presieduto da Piero Sandulli, un amico fraterno di Franco Carraro”.\r\n\r\nIl conteggio degli scudetti che non torna\r\n

“Due furono gli scudetti tolti alla Juve, ma in quello stadio – sullo stemma della società – troneggia il numero 31 che sta ad indicare gli scudetti vinti dalla società bianconera. In controtendenza con quanto dice Abete: 29. In altri tempi qualificarsi in anticipo era un avvenimento scontato, adesso è motivo di festa. Il 2006 è ormai lontano, quando la nostra Nazionale trionfava a Berlino contro la Francia. In quella occasione nelle due squadre che si contendevano il titolo mondiale c’erano cinque giocatori juventini più l’allenatore Lippi tra gli azzurri e quattro tra i «galletti». Giocatori di quella Juve che tanta parte ebbe nel portare l’Italia sul tetto del mondo, proprio quella stessa Juve fu retrocessa in serie B da un tribunale sportivo che aveva le sembianze dell’Inquisizione in chiave moderna. Quella squadra fu condannata senza aver mai alterato partite, senza aver taroccato il sorteggio, senza aver avuto rapporti esclusivi con i designatori e dopo aver vinto anche il campionato 2004/05, risultato per altro regolare sia alla giustizia sportiva che a quella ordinaria. E i dirigenti che l’avevano costruita, Giraudo e Moggi, vennero addirittura radiati.

\r\nI capisaldi dell’accusa farsopolara\r\n

“Tra le maggiori accuse il «sequestro Paparesta» a Reggio Calabria – continua Moggi – che tanto successo ottenne nel racconto dei media. Non fa niente se sia stato il frutto di una battuta stante l’arbitraggio indecoroso di Paparesta e il comportamento scandaloso di un assistente (Copelli), a cui Meani – dirigente addetto agli arbitri del Milan – un giorno sussurrò: «Stai tranquillo, dirò al Capo (?) che sei uno dei “nostri”». E non importa nemmeno poi che il tribunale di Reggio abbia archiviato la pratica con un «non sussiste» che spiega tutto. Nonostante tutto ciò, il tribunale sportivo emise una sentenza di condanna con questa motivazione: «Sistema strutturale». Qualcosa di mai contemplato prima di allora nell’ordinamento sportivo. Pensiamo che l’avvocato Zaccone, il difensore della Juve di allora, possa oggi provare un po’ di vergogna di fronte a quanto venuto fuori adesso. Lui che disse di aver letto tutto in una settimana, lui che condivise la retrocessione inserie B con penalizzazione paventando addirittura la retrocessione in C”.

\r\nIl vero sistema era contro la Juventus!\r\n

“I difensori di parte degli incolpati hanno impiegato quattro anni per leggere quanto successo e capire quello che Zaccone non aveva capito o fatto finta di non capire – continua l’ex dg bianconero – . E infatti, alla luce di quanto emerso dal 2006 ad oggi, si può affermare che quel sistema strutturale anche detto «sistema Moggi» non è mai esistito. Mentre è esistito – e ci sono le prove – quello strutturato a danno della Juve, la squadra più forte di quel tempo, e a favore del Milan, l’antagonista numero 1 della Signora. E questo lo sanno bene Carraro e Abete, i capi del calcio di allora (Abete anche adesso), perché loro ne erano gli alfieri. E adesso si scopre che Abete tifa Juve, ma solo perché doveva andare con la Nazionale a Torino e quindi si è lasciato andare a celebrazioni, professando una religione che non gli è propria. Vi siete mai domandati, amici lettori, il perché non mi sia mai arrivata una querela pur avendo scritto più volte tante cose nel merito? Domandatevelo e avrete la verità a disposizione. In tanti devono tacere, soprattutto quelli che sanno cosa è stato fatto a danno della Juve dopo la morte dell’Avvocato e di suo fratello Umberto. Ci sono, purtroppo per loro, delle intercettazioni inconfondibili ad incastrarli. E saranno fatte sentire in tribunale.

\r\nAbete allo Juventus Stadium? Da voltastomaco…\r\n

“Vedere poi in mezzo al campo Abete – badate bene allo Juventus Stadium -che premia Buffon e lo bacia addirittura, fa venire il voltastomaco a chi conosce le cose. Il bacio di Giuda era niente rispetto a quello di Abete a Buffon. Con quel bacio pubblico il presidente federale pensa magari che la gente bianconera possa dimenticare un numero, il 31, e quei titoli che la Federcalcio non ha voluto restituire alla Juve. Non gli è bastato ostacolare tutto e tutti con la famosa formula della «incompetenza », ha avuto anche l’ardire di pestare (meglio calpestare) l’erba di quel campo che tanto ha dato e tanto dà al calcio italiano. Comunque anche nella Federcalcio al tempo di Calciopoli non tutte le persone erano uguali. Ci piace ricordare il comportamento tenuto dall’avvocato Giuseppe Benedetto, che era stato giudice sportivo della Figc sino al 18 luglio 2006. Dopo la sentenza della Corte d’Appello federale, rassegnò le dimissioni così, apostrofando il commissario straordinario Guido Rossi: «Quale insegnamento i cittadini di domani possono trarre dall’incredibile processo tutto e solo mediatico a cui abbiamo assistito in questi giorni, con una sentenza annunciata, più che dai giudici, direttamente dal popolo? Qualcuno potrebbe farmi vedere dove sta l’illecito? Ne ho ribrezzo, non sono rassegnato, sono semplicemente indignato e siccome voglio stare a posto con la mia coscienza, si trovi un altro giudice, caro Rossi».

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Pubblicato da
Alberto Zamboni