I segreti degli Agnelli

Libero, ha da qualche giorno inaugurato un filone di articoli dedicati ai segreti della Famiglia Agnelli, cui sono legate le sorti della nostra amata Juventus (e le vicnede che probabilmente hanno portato a Calciopoli e al nuovo estblishment societario). Ecco quanto scrive Gigi Moncalvo.

Mancano tre giorni alla morte di Gianni Agnelli. Margherita arriva a Torino da Ginevra il 21 gennaio del 2003 e si precipita a casa ormai consapevole che per suo padre non ci sono più speranze. L’atmosfera a Villa Frescot è cupa e triste. Tutti sanno da parecchi mesi che il momento è arrivato. L’Avvocato è appena uscito da una crisi di apoplessia, sta malissimo. Sono le sue ultime ore di lucidità, il giorno successivo entrerà in coma. L’Eucarestia gli era stata impartita quasi un mese prima dal Vescovo di Torino insieme con l’estrema unzione. Quando Margherita vede suo padre è sconvolta dalle condizioni in cui la malattia lo ha ridotto. È l’ultima volta che lui è in grado di riconoscerla. Lei gli parla a lungo, quasi sottovoce, lui con gli occhi le risponde. Lo accarezza a lungo: «Lo so che mi vedi, papà. Non affaticarti, ti parlo io». Rimane vicina a lui finché i medici la allontanano. Lo accarezza ancora, lo abbraccia per l’ultima volta. Non vuole staccarsi dalla sua mano, lui a poco a poco non ha più la forza per stringerla. Gianni Agnelli si assopisce in preda alle medicine e sopraffatto dal male. Poco prima di mezzanotte entrerà in coma. Sta per cominciare mercoledì 22 gennaio.

Mancano quarantotto ore alla morte. Cure senza risultati Facciamo un passo indietro. Da parecchi mesi Margherita sapeva che si era prossimi alla fine. Era affranta, non voleva rassegnarsi. Lo stesso Avvocato conosceva perfettamente la situazione e non lo nascondeva né a se stesso né agli altri. A maggio Margherita era andata a Torino, allorché suo padre era tornato da pochi giorni dagli Stati Uniti, al termine di un ennesimo, inutile periodo di cure. Da un anno le ripeteva: «Non ne posso più di questi faticosi viaggi senza risultati. Sono stanco, sempre più stanco. Non riesco a dormire la notte. Sto male continuamente, anche di giorno sono schiacciato da questa stanchezza senza fine che lascia un po’ di spazio solo a tanto dolore e non mi dà neanche una pausa di sollievo». Margherita si era data molto da fare per capire che cosa stesse accadendo dal punto di vista dell’assistenza medica. Le continuavano a giungere voci su quello che a lei pareva, a sentire le parole del padre, evidente non venisse fatto nemmeno per tentare di alleviare le sofferenze e i dolori, per fronteggiare adeguatamente la malattia. Quel «falso medico» Dal suo entourage filtrano parole dure in proposito: «C’era qualche “falso medico” che pretendeva l’osservanza di uno strano protocollo e assicurava che, grazie ad esso, il cancro se ne sarebbe andato come per incanto. Si trattava dell’amico di un medico americano che vendeva questo “protocollo miracoloso”. Per sperimentare queste “cure” non c’era alcun riguardo a sballottare l’Avvocato avanti e indietro più volte tra l’Italia e gli Stati Uniti infliggendogli atroci sofferenze». Dicono che Margherita sia grata soltanto alle straordinarie attenzioni e dalla grande umanità che l’Avvocato ebbe da parte di tutto il personale dell’Istituto per la ricerca e la cura del cancro di Candiolo, realizzato dalla Fondazione piemontese nata nel 1986 e presieduta da Allegra Agnelli Caracciolo. E abbia invece parole critiche nei confronti del prof. Rosenfeld, il supervisore americano. In particolare ci sarebbe, secondo lei, una stranezza: nei check-up che venivano effettuati periodicamente tra il 1993 e il 2000, mancherebbero i risultati di un esame molto importante e legato a quel cancro alla prostata di cui l’Avvocato venne operato una prima volta nel 1983 e che poi, ricomparso nel 2002, lo avrebbe portato alla tomba. Possibile che sia così? Nel maggio del 2002 ci fu un summit con i medici italiani, per rispondere alla richiesta dell’Avvocato: voleva sapere se fosse opportuno continuare o interrompere le cure negli Stati Uniti, vista l’assenza di risultati. Marella era della stessa opinione: a quel punto le sembrava più logico interrompere quei viaggi e quelle sofferenze, lasciando in pace Gianni in Italia. Arrivò anche il prof. Rosenfeld. In quella occasione qualcuno sentì Gabetti dire a Margherita: «Suo padre non può interrompere quelle cure. Lei deve assolutamente fare in modo che continui le cure negli Stati Uniti. Deve essere lei ad accompagnarlo. Non vede come fatica a capire quel che gli dice Donna Marella? Sua madre è prostrata e affranta, lo accompagni lei, l’Avvocato si sentirà più tranquillo». Margherita non aveva certo bisogno dei consigli e delle esortazioni di Gabetti, e men che meno del suo permesso, per fare ciò che aveva già deciso. Ma, anche in questo caso, ci fu la sensazione che esistesse una sorta di tacita “concessione”, quasi un “privilegio” concesso alla figlia: consentirle di stare vicino a suo padre ma solo se si trattava di dare un aiuto morale o di questioni di assistenza medica. In questi casi Gabetti non solo consentiva e autorizzava, ma chiedeva, consigliava, spronava, talvolta con una inconsueta insistenza. Comunque sia, Gabetti non aveva tutti i torti a insistere perché ci fosse Margherita accanto a suo padre. Donna Marella appariva debole, sfiduciata, rassegnata, invecchiata di dieci anni in poche settimane, come le era capitato dopo la morte di Edoardo. Margherita comprese perfettamente e, dato che i medici decisero ancora per gli Stati Uniti, si dichiarò pronta a partire e ad assistere suo padre. E consigliò caldamente alla mamma di restare a Torino per non affaticarsi come le era accaduto le altre volte. Marella non volle sentire ragioni, si mise in testa che volevano escluderla, espellerla, accantonarla, come se fosse d’intralcio. E forse molti malintesi, molte incomprensioni, molti dissapori, sorsero in quella occasione. Marella messa da parte Comunque, non c’era tempo per badare a questo: l’Avvocato stava veramente male, aveva bisogno di cure e anche donna Marella stava entrando in una fase delicatissima e difficile poi (continua)…

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Pubblicato da
Alberto Zamboni